Quanti campi può avere un modulo di contatto?
La risposta di sempre è “il meno possibile” e si appoggia a cifre che nessuno può rifare. Si può fare meglio: ogni campo ha un prezzo, una utilità e un limite giuridico.
Da anni la risposta standard alla domanda sul numero di campi è “il meno possibile”. Quasi sempre arriva con una cifra al seguito: un modulo è passato da undici campi a quattro e la conversione è salita del 120 per cento. Quella cifra sta nei blog dei fornitori, gira da oltre dieci anni e nessuno può rifare l’analisi che la sostiene. Nessun dato, nessuna indicazione sul campione, nessuna nota su che altro fosse cambiato nel frattempo. Come affermazione commerciale va bene. Come base per il tuo modulo non serve.
La domanda si può porre in modo più preciso. Ogni campo ha un prezzo: il rischio che qualcuno si fermi a metà. E ogni campo ha una utilità: qualifica la richiesta e fa risparmiare lavoro. A questo si aggiunge un terzo lato che le guide sulla conversione quasi non nominano mai. Il GDPR impone la minimizzazione dei dati. Un campo che non serve alla finalità non si può raccogliere.
Il numero di campi ha quindi un pavimento che nasce dall’utilità e un tetto che nasce dal diritto. In mezzo c’è un margine, e dove si finisce dentro quel margine lo decide lo scopo. Un modulo per richiamare al telefono non somiglia a un’iscrizione a un evento.
Quanto costa un campo
Il prezzo di un campo è un abbandono che nella casella di posta non arriva mai. Per questo resta invisibile: si vedono le richieste arrivate, mai quelle lasciate a metà strada. Quattro cose spingono in alto questo prezzo.
Fatica di scrittura. Sul telefono ogni campo a testo libero è un peso, soprattutto quando la tastiera copre metà del modulo. Fatica di ragionamento. Un campo in cui il visitatore deve capire che cosa gli si sta chiedendo lo rallenta. Diffidenza. Alcuni campi annunciano quello che succede dopo. Un numero di telefono obbligatorio per molti significa: adesso mi chiama qualcuno. Superficie di errore. Ogni campo con controllo di formato è un punto in più in cui il modulo può dire di no.
Non tutti i campi costano uguale
L’indirizzo email non costa quasi nulla, perché è atteso. Nemmeno il nome. Costa caro tutto ciò che sa di vendita o la cui finalità non è evidente: il telefono obbligatorio, la data di nascita, il numero di dipendenti. Costa caro anche ogni campo a testo libero che potrebbe essere un elenco. Un campo “oggetto” costa ragionamento e restituisce la parola “richiesta”. Un elenco con cinque motivi costa un clic e restituisce una classificazione.
Quanto rende un campo
L’utilità diventa concreta quando la si converte in mail di richiamo. Una richiesta di preventivo senza indicazione della dimensione costa un messaggio, una risposta e quasi sempre un giorno. In quel giorno chi ha scritto interpella anche altri due fornitori. Un elenco con tre ordini di grandezza avrebbe risparmiato quel giorno.
Il campo che manca nella maggior parte dei moduli, e che quasi sempre fa risparmiare lavoro, è un elenco con l’argomento della richiesta. Classifica il messaggio subito, può instradarlo alla casella giusta e dice se è urgente prima ancora di aprirlo. Chi vuole accorciare monta prima questo campo e ne cede un altro in cambio.
Obbligatorio o facoltativo è una decisione, non un’impostazione di fabbrica
Un campo facoltativo sposta la decisione sul visitatore. Questo abbassa il prezzo e insieme la qualità del dato: in una colonna riempita a metà non si vede se l’informazione manca o se non si applica. Entrambe le strade reggono. Quello che non regge è un campo obbligatorio che lo è solo perché il generatore di moduli era preimpostato così.
Il tetto lo fissa il GDPR
L’articolo 5, paragrafo 1, lettera c) del GDPR richiede che i dati personali siano adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alla finalità. Tradotto su un modulo: ogni campo ha bisogno di una finalità, e quella finalità deve essere il motivo per cui il campo è lì. “Potrebbe servire più avanti” non è una finalità. Si aggiunge l’articolo 13: al momento della raccolta bisogna dire a cosa servono i dati, su quale base e per quanto tempo restano. In pratica è una riga breve sotto il modulo con un link all’informativa sulla privacy.
Questo è un inquadramento e non una consulenza legale. Se nel tuo caso dipende molto da questo, fallo verificare da qualcuno che ne risponda. E visto che su questo terreno si lavora spesso con la paura: non risultano sanzioni comminate soltanto per un modulo di contatto troppo lungo. L’obbligo sta comunque nel testo del regolamento, ed è l’unico argomento di questo dibattito che non ha bisogno di nessuno studio.
Un caso a parte è la casella per la newsletter dentro il modulo di contatto. È una seconda finalità con una base giuridica propria e richiede un consenso attivo separato, con la sua mail di conferma. Come si costruisce quel percorso in modo pulito è spiegato nell’articolo su double opt-in e GDPR.
Cinque campi che probabilmente si possono togliere
- Titolo o formula di cortesia. Ha senso se si scrive in modo automatizzato. Se risponde una persona, basta il nome.
- Telefono come campo obbligatorio. Caro e difficile da giustificare in una richiesta a cui si risponde via mail. Facoltativo, con mezza frase che spiega a cosa serve, mantiene la sua utilità.
- Ragione sociale su un sito rivolto ai privati. Se nove richieste su dieci arrivano da privati, il campo serve alla decima e disturba le altre nove.
- Oggetto come testo libero. Raramente restituisce più della parola “richiesta”. Un elenco nello stesso punto costa meno e serve di più.
- Data di nascita. Solo quando un’età minima conta giuridicamente per l’offerta.
Quanti campi reggono in quale situazione
| Situazione | Campi che reggono | Motivo |
|---|---|---|
| Richiesta di contatto generica | 3: nome, email, messaggio | Non serve altro per rispondere. Un elenco facoltativo con l’argomento evita comunque richiami. |
| Richiesta di preventivo | da 5 a 7: nome, email, azienda, servizio (elenco), dimensione (elenco), data desiderata | Un preventivo senza dimensione è una supposizione. Gli elenchi tengono basso il prezzo dei campi aggiuntivi. |
| Richiamata telefonica | da 2 a 3: nome, telefono, fascia oraria (elenco) | Qui il telefono è la finalità, quindi obbligatorio non si discute. La fascia oraria evita due tentativi a vuoto. |
| Iscrizione a un evento | da 3 a 5: nome, email, numero di posti e, se serve, tipo di biglietto ed esigenze in loco | Tutto quello che serve il giorno dell’evento. I dati di pagamento stanno nel passo successivo. |
| Assistenza | da 4 a 6: nome, email, prodotto o contratto (elenco), descrizione, allegato | La classificazione decide i tempi di lavorazione. Un allegato sostituisce tre richiami. |
Come misurarlo sul proprio sito
L’unica affermazione solida sul numero di campi arriva dal proprio sito. Non servono né uno strumento di analytics né un servizio di test A/B.
Prepara due versioni dello stesso modulo, una corta e una più lunga. Lascia la prima quattro settimane, poi la seconda per altre quattro. Stessa durata, stessi giorni della settimana, nessuna campagna e nessun invio di newsletter nel mezzo che favorisca una delle due. Alla fine conta due cose: quante richieste sono arrivate e con quante si è potuto lavorare subito, senza chiedere nulla. Il secondo numero pesa di più. Un modulo corto che porta il doppio delle richieste e il triplo del lavoro di richiamo non ha guadagnato niente.
La parte onesta: con poco traffico si misura rumore. Chi riceve otto richieste al mese si ritrova dopo otto settimane con due mucchi da sedici, e la differenza tra loro non dice nulla. Allora si decide in base al lavoro risparmiato invece che alla conversione. Resta comunque più fondato di una percentuale presa da un post del 2011.
In pratica funziona con qualunque plugin per moduli che salvi gli invii dentro WordPress. In Leadlotse tutto questo sta nella versione gratuita: dieci tipi di campo e otto modelli per finalità per costruire, una casella richieste con ricerca per il lavoro quotidiano, esportazione CSV per il conteggio. Si creano due moduli, si filtra per periodo, si esporta e si conta in un foglio di calcolo.
Anche la protezione dallo spam è una questione di campi
Un captcha è un campo in più che ogni persona deve compilare perché una parte dei bot resti fuori. Un honeypot è un campo nascosto che compilano solo i bot, e una trappola temporale controlla se il modulo è stato inviato in meno di due secondi. Entrambi sono invisibili per i visitatori veri. Chi vuole risparmiare campi comincia quindi dal captcha. Perché i captcha siano anche un problema di accessibilità è spiegato nell’articolo su captcha e accessibilità.
Leadlotse porta con sé honeypot, trappola temporale e un limite di frequenza. Chi ha bisogno di un filtro bayesiano o della protezione per il checkout di WooCommerce la trova in Wellenbrecher, che esegue tutti i controlli in locale sulla propria installazione.
Un campo senza etichetta visibile è mezzo campo
L’accessibilità fa parte della questione dei campi, perché ogni campo in più è un punto in più in cui qualcosa può andare storto. Quattro regole coprono quasi tutto. Ogni campo ha bisogno di un’etichetta visibile, collegata al campo di inserimento. Il testo segnaposto non la sostituisce: sparisce appena si inizia a scrivere, e poi nessuno ricorda cosa andava nel campo tre. I campi obbligatori si segnalano, oltre che con il colore, con un simbolo e un testo che uno screen reader possa annunciare. E i messaggi di errore stanno accanto al campo a cui si riferiscono, non solo in un riepilogo in alto. Ogni campo tolto qui è un’etichetta in meno e un controllo in meno.
I moduli a più passi spostano il rischio
Da circa otto campi in su conviene ragionare a passi, e lo stesso vale quando i campi si dividono in blocchi nettamente separati, per esempio dati di contatto e dati del progetto. Il primo passo appare allora breve, e chi lo ha inviato prosegue più volentieri. Quello che non succede è che l’abbandono sparisca: si sposta al passo due. Servono un indicatore di avanzamento, un percorso all’indietro che funzioni e la possibilità di correggere nel secondo passo qualcosa del primo. Un modulo a più passi che dimentica tutto quando si torna indietro è peggio di un lungo modulo a pagina unica.
Moduli pensati a partire dalla finalità
Leadlotse parte con otto modelli per finalità invece che con un generatore vuoto. Ogni richiesta finisce in una casella con ricerca ed esportazione CSV, e la protezione dallo spam lavora in locale con honeypot e trappola temporale. Tutto nella versione gratuita.
Domande frequenti
Quanti campi può avere un modulo di contatto?
Non c’è un numero fisso. Per una richiesta di contatto generica reggono tre campi: nome, email e messaggio. Il tetto è giuridico: secondo l’articolo 5, paragrafo 1, lettera c) del GDPR, ciò che non è necessario alla finalità indicata non va raccolto.
È vero che meno campi portano più richieste?
Le percentuali note vengono da blog di fornitori e non si possono rifare. Il nesso è plausibile, ma diventa solido solo con una misura sul proprio sito. Bastano due versioni del modulo e un periodo fisso.
Il telefono può essere un campo obbligatorio?
Se serve alla finalità, sì. Nel modulo per la richiamata è la finalità stessa. In una richiesta generica a cui si risponde via mail, come obbligatorio è difficile da giustificare. Come campo facoltativo non pone problemi.
È meglio un campo obbligatorio o uno facoltativo?
Entrambe le scelte reggono. Facoltativo abbassa il rischio di abbandono e insieme la qualità del dato, perché in una colonna vuota non si vede se l’informazione manca o non si applica. Si decide campo per campo, motivando la scelta con la finalità.
Quando conviene un modulo a più passi?
Come regola pratica da circa otto campi in su, oppure quando i campi si dividono in blocchi nettamente separati. Non elimina il rischio di abbandono, lo distribuisce sui passi. Indicatore di avanzamento e percorso all’indietro funzionante sono obbligatori.